Un treno di pensieri di Caterina Losi

Potrebbe essere un'immagine raffigurante libro

Mi piace la poesia di Caterina Losi, toccante come solo la scrittura più sincera può essere.
E mi piacciono i fumetti di The_Wooden_Doors, originali come solo un artista vero e maturo riesce a creare.
Questo è un lavoro che hanno fatto insieme.
Per ordinarlo, basta andare alla pagina Facebook This_Wooden_Doors
#WhitakerAcademy

Whitaker

Quando aveva le prove dell’abito, zio Milvio mi portava con sé, a volte. Bruno, il suo sarto, senza parlare, mi metteva in un angolo, mi dava un metro di legno, quadrato, mai visto altrove, una pezza avanzata e un gessetto rettangolare, per farmi giocare. In realtà, voleva che mi togliessi dai piedi, ma con gentilezza.

Mi piaceva il contesto, ma non ne coglievo appieno emozioni e risvolti. Per il mio primo ruolo in azienda, zio Milvio mi regalò il mio primo abito su misura, grigio scuro, con il bavero un po’ più largo. Bruno mi parlò e mi regalò la cravatta.

Da allora, la pressione lieve del gesso, il disegno delle linee su di me, la pinzatura con le dita, mi regalano dei battiti che saltano. Il metro, morbido, mi avvolge come in un abbraccio. Il sarto, che corre intorno, è discreto e protettivo. E, da allora, non ho più smesso. Nemmeno di sorridere, tutto il tempo, in quello specchio obliquo.

È un rapporto intimo e speciale. Non parliamo di soldi, io non so quanto costino abiti e camicie, lui non sa quando avrà il bonifico. È oltre la fiducia, diverso dall’amicizia e dalla parentela. Spesso, dopo le prove, ci fermiamo nel suo angolino, per un caffè o un rum. A lui piacciono l’arabica e gli agricoli, quindi anche a me. Con zio Milvio, invece, ci sedevamo a un tavolino del bar, appena fuori la sartoria. Mi comprava il gelato o la cioccolata calda, in base alla stagione, senza chiedermelo. I bambini non sceglievano. Per lui ordinava un caffè, con la “e” allungata e un sorrisino, che servivano ad ordinarlo corretto col brandy, senza che io me ne accorgessi.

Whitaker

Il profumo del fumo, nella notte scura, illuminata dalla fiamma aranciata, il caldo della brace che avvampa la faccia, il fuoco che scricchiola, il rumore del vuoto intorno, di mare o di montagna, non importa, l’aroma della carne cotta sotto la cenere. È tutto magico. E mistico, quasi.

Nel buio, pesto e nero, non come il falso buio di città, conosci chi sei, frequenti te stesso, ti innamori, scopri il vino e le chiacchiere, i baci e la chitarra, le carezze e le battute sconce, i gesti osceni e gli occhi complici.

Provi sentimenti che non riesci a rivivere, o solo a spiegare, altrove. Il vissuto diventa poesia.

È in campeggio che si cresce e si sviluppa l’anima. Svelo un segreto: non tutti ce l’hanno, l’anima o, meglio, c’è, da qualche parte, ma ad alcuni resta assopita, ibernata. Per sempre.  

L’indomani, non ti ricordi i fatti raccontati o quelli accaduti, ma ti ricordi, nitidi, forti, scolpiti nella mente, delle emozioni e di quei sensi rianimati.

Fa niente che quel profumo di fumo diventi la puzza che ti porti addosso anche dopo la doccia, la carne dura e secca e sporca di cenere, le dita scottate e le persone intorno, meno magiche. Per quello che resta dentro, ne vale sempre la pena.