Pizza 4,00 €

Esimio sig. Briatore,

dall’alto della sua fama di uomo di mondo, Le chiedo un’informazione: mi può indicare le pizzerie che propongono la pizza a 4€ non in Burkina Faso?

Sa, è da anni che non pago una pizza 4€, a meno che non sia da asporto e una semplice margherita/bianca (e anche qui sarebbe da vedere, nel 2022).

Delle tre, una è corretta: o con il suo yatch del tempo ha risalito la foce del Volturno ed è attraccato nella Triflisco (Ce) del 2003 o non ha verificato quello che dice o il suo intento è realizzare una campagna trash.

Se come dice, e non ho motivo di dubitarne, è un genio del marketing (e gli altri no), un novello Philip Kotler e Seth Godin fusi insieme, perché non inventa delle campagne marketing altrettanto a costo zero, senza bisogno di sfruttare la visibilità mediatica di altri?

Perché il suo locale, che fieramente dice che pizzeria non è, ha bisogno di paragonarlo a un “entry level” della somministrazione come le pizzerie? È come se Ferrari facesse una pubblicità comparativa con Dacia (con tutto il rispetto).

Che non le piaccia la pizza napoletana o preferisca quella salernitana e romana, ci sta, figuriamoci, sono gusti. Anche a me “non mi piace la salsa con i semi e le pellecchie” (cit. Massimo Troisi), ma non vado in giro a sputtanare i produttori di sughi pronti.

È sicuro che per il suo menu abbia applicato un food cost corretto e nelle trattative con i fornitori abbia il peso negoziale adeguato? Qualche dubbio ce l’ho. Caso mai possiamo guardarci insieme!

Buone vacanze www.palmierimichele.it

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Whitaker – #shortstory n.79

Sto in silenzio, a volte, ma il silenzio non è mancanza di argomenti: è ascolto, è interesse. O è indifferenza. Comunque, una dimensione cercata, un’espressione voluta.

Agli stolti può sembrare mancanza di argomenti, ma non è questo il caso.

La prima volta l’ho ascoltato – in silenzio – con interesse, perché me ne avevano parlato benissimo e tendo a fidarmi delle persone che stimo. Avevamo, finalmente, il nuovo direttore marketing, arrivato con squilli di trombe, rulli di tamburi, fanfare, tappeti rossi. Mancavano i nani e le ballerine, ma sottotraccia il pagliaccio c’era, ero io a non saperlo ancora. Aveva il nome simile a un vescovo, l’aspetto del cardinale, il carattere di quei baroni all’università, che dopo un po’ sanno solo di stantio e sopruso. Vuoto nel profondo, fumo negli occhi, bile nel fegato.

Il primo giorno che ci incontrammo mi chiese di andare a cena insieme, accettai con entusiasmo, pur se mi costò annullare dei programmi precedenti. Andammo al giapponese e mi fregò con tutte le scarpe. Non per il menu, ovvio. Avemmo un proficuo dialogo sullo stato dell’arte, sui progetti in corso, sulle strategie, soprattutto, che sono quelle che mi appassionano di più. Ci lasciammo andare anche a un discreto gossip, ma giusto per qualche risata senza cattiveria. Ero convinto avessimo trovato la persona giusta, più concreto e produttivo del predecessore, bravissimo e serio, ma poco incisivo.

Alla seconda riunione, cominciarono a venire fuori l’anima e la natura del personaggio: era tutto infarcito di autoreferenzialità, anche laddove non necessaria, tutto un susseguirsi, di “questo l’ho inventato io”, “questo l’ho fatto io”, “questo me lo hanno copiato”, “c’era uno sfacelo, figa, fortuna che sono arrivato”.

Gli squilli sono presto diventati stridii e non ha prodotto nulla di buono o di diverso da quanto venisse fatto già: aria fritta, ma in un pack più costoso. Crede di essersi rintanato nel suo angolino di paradiso, ma io l’ho abbandonato. È riuscito a vendere ottimamente il suo ego, ma vale sempre e comunque poco. Prezzo e valore sono due concetti diversi.

Resto in silenzio, per indifferenza.

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Il silenzio grande

Finalmente, un film italiano che valga la pena di essere visto, dopo tanto, troppo tempo.

La regia è di Alessandro Gassmann, dopo averne già presentata una versione a teatro, un successo. È tratto da un testo di Maurizio De Giovanni.

Il teatro si vede e si sente tutto. E menomale. Belle la fotografia e l’interpretazione, profondi i significati della casa, degli ologrammi, dei rapporti familiari. Fondamentali i silenzi e i segnali e le poche parole che li rivelano.

Valerio: “I libri vanno ordinati per omogeneità emotiva”, Bettina: “Io invece li ordinerei per colore: nero, grigio, azzurro, verde, marrone, rosso, rosa. In ordine degradante, così ti addormenti prima di averli aperti”. www.palmierimichele.it

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Andamento GDO 4-10 luglio 2022

Quella che cresce non è la parte buona dell’economia, è solo inflazione, ma ci viene presentato in pompa magna questo segno più e non mi piace, lo trovo poco attinente alla realtà.

Dobbiamo abituarci a leggere i dati anche a volume e per mix assortimento. Così sembra un paese in crescita con un’economia in buona salute. Il dato reale a volumi denota un poco rassicurante segno meno (-0,4% a maggio) con evidenti incertezze per i mesi a venire: quel +8,71% in area 4 (ma vale anche per le altre 3) è frutto, per esempio, di cambio canale da parte del consumatore, cambio preferenze, aumento dei prezzi, acquisto speculativo per volantini, anticipo/posticipo vacanze, ondata di caldo? Messo così è solo un numero che, solo casualmente è positivo, ma parla poco e male.

Probabilmente, dovremo essere pronti ad affrontare nuovi assetti in GDO, con nuove polarizzazioni e nuove strategie. www.palmierimichele.it

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Whitaker – #shortstory n.78

Non ho mai avuto un bel rapporto con la scuola. Poi, in qualche modo, abbiamo fatto la pace, ma devo ringraziare zio Milvio se non sono finito a fare truffe o spacciare per campare. E tutto quello che so di importante, è merito suo: la facoltà di economia ti insegna tante cose, ma per impararle e farle tue veramente devi avere un buon maestro. A giustificazione per la mia condotta potrei giocare facilmente la carta della morte di mamma, ma non penso sia quello il vero motivo. Ero uno stronzo già da prima e se non l’avesse uccisa quel Daily sgangherato, probabilmente l’avrebbe fatto il dolore che le avrei causato con una delle mille mie cazzate, cresciute di portata al passo con l’età.

Prima di uscire l’ultima volta per andare allo studio notarile dove lavorava, si era affacciata in camera e mi aveva sussurrato amorevolmente, sembrando di non farla sembrare un’implorazione “Io vado, fai il bravo” a cui seguì un “sì” d’ordinanza. Sapevamo entrambi che ci sarebbe voluto ben altro, però cercavamo di farlo bastare.

Non ce l’avevo con lei, naturalmente, e in fondo nemmeno con mio padre – con lui ho cominciato ad avercela dopo – ma era come se avessi avuto bisogno di trovare sempre nuovi limiti, spingermi sempre oltre, trovare il mio punto di rottura, senza sapere che qualora l’avessi trovato, sarebbe stato impossibile tornare indietro.

Così, pensando fosse un giorno come gli altri, non andai a scuola e con due complici, andammo a rubare due galline e un’anatra che rivendemmo nel paese vicino. Comprammo le nostre prime birre più qualcosa da mangiare e delle figurine di calciatori. Viaggiavo sulle rotte di una bellissima giornata, per questa nuova iniziazione, per questa nuova sfida, per non essere andato a scuola, per l’adrenalina e il sapore di birra che giravano in corpo. È durato qualche ora, fin quando non ho imparato a mie spese di dover sempre aspettare i titoli di coda prima di uscire dalla sala. O dalla vita. E quelle figurine mi ricordano ancora oggi un giorno da dimenticare, come le preci.

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Whitaker – #shortstory n. 77

La prima sigaretta non l’ho fumata, quasi l’ho ingoiata. Tiravo con forza, sentivo le guance rientrare nella faccia, quasi le sentivo sfiorarsi dentro la bocca. Per la voglia di bruciare le tappe, per sentirmi adulto, per la paura fottuta che mi beccassero, per correre ovunque non ci fosse infanzia e preadolescenza attorno. Sono riuscito a non tossire, ma gli occhi mi hanno lacrimato, un pizzicore sulla lingua, un sapore aspro e caldo. L’ho fumata fino in fondo e, dopo aver fatto l’ultimo tiro, con il filtro ormai bruciato e bollente, non sapevo che farne di quei resti consumati. L’ho fumata troppo, per far durare di più quell’esperienza, ma anche perché non sapevo il limite che, evidentemente, avevo superato. In ogni senso.

Ho esplorato nella memoria scene di film: nuvole di fumo, facce truci, arie soddisfatte, poi, tenendola tra due dita, con il medio l’ho lanciata e subito dopo rincorsa per andare a spegnerla e cancellare ogni prova della bravata. Di brace quasi non ce n’era più quando l’ho schiacciata, ma ho provato comunque un piacere elementare, un bisogno primordiale, quasi. Ma un po’ la stavo anche nascondendo sotto la scarpa.

Mi sono sentito grande, come non mai, nemmeno al primo bacio, un po’ dopo, mi sono sentito tanto enorme. In fondo sapevo quanto fosse solo fumo, ma non lo avrei ammesso nemmeno davanti al Padreterno. Avrò avuto dieci anni e mi hanno beccato, ovviamente. Oggi quando fumo, lo faccio sempre al buio, come a nascondermi. A me stesso e agli altri. Guardo la brace viva, ascolto il rumore della carta e del tabacco che si consumano o della vita che si accorcia, penso ogni volta con tenerezza a quel moccioso nascosto tra gli alberi, penso che dovrei smettere e dovrei cominciare a crescere: da bambini lottiamo per fare le cose da grandi, da adulti se non accettiamo di esserlo e imitiamo i piccoli, restiamo dei mocciosi.

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Con la porta aperta – …in Brasile

Mai ci saremmo aspettati di sbarcare in Brasile!!!

Grazie a Kindle Unlimited (il sistema di lettura in abbonamento di Amazon) “Con la porta aperta” è stato letto fin lì
Viaggio lungo, durato 2 mesi, ma alla fine conta il risultato.
E ora, come a Risiko, tocca conquistare la Kamchatka…ma Malta va bene uguale
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Anita – Marilena Lucente

Comincio a conoscere e riconoscere la scrittura della Lucente, ma ogni volta ne resto stupito. Non è importante di cosa scriva: in ogni rigo trovi la poesia della parola, al di là della cronaca. Prima della sua scrittura, però, ho conosciuto lei. E, giorno per giorno, colgo quanto prezioso e fortunato sia stato quell’incontro: Marilena “viene per restare” (cit.) come autrice, come amica.

Non amo le rivoluzioni e non amo, di conseguenza, i rivoluzionari che sia il Che o Garibaldi, poco cambia, credo poco a chi va di cappa e di spada: le rivoluzioni si fanno in ben altro modo, soprattutto oggi. E i veri rivoluzionari sono quanti vivono una normalità ostica, dura, tragica e non rinunciano. Il resto è solo ego.

Solo Marilena Lucente poteva riuscire a farmi leggere di lui, attraverso lei, Anita, una ragazzina, in fondo, morta quasi prima di diventare donna, avendo comunque il tempo di incidere la società e così scopro chi è veramente l’eroe, chi veramente la rivoluzionaria, quando invece credevo fosse un semplice riflesso del famoso coniuge.

Anita è tante cose, ma in queste pagine (e, azzardo, che difficilmente si leggerebbe altrove) emerge la determinazione, la tenacia, l’audacia tutte declinate al femminile. È una donna di scelte, più che azione. In questa biografia, non è l’autrice a scriverne, ma è Anita stessa a raccontarsi. E oltre che leggerlo, assistere anche alla presentazione dell’opera, è illuminante.